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Colloquio di lavoro: consigli su come presentarsi e cosa dire

Sei stat* convocat* per un colloquio di lavoro e non sai cosa aspettarti?

Niente paura, sia candidati che recruiter sono esseri umani!

La buona riuscita di un colloquio dipende infatti da molti fattori, alcuni dipendenti direttamente dal candidat*, come ad esempio il modo di porsi e le risposte date, altri invece di tipo estrinseco come la presenza di candidati più idonei alla ricerca o perché no, l’impressione che l’azienda fa sul candidati.

In quest’articolo troverai una guida pratica su come affrontare un colloquio e come presentarsi con qualche suggerimento sulle buone prassi e su quelle che è meglio evitare. Iniziamo!

 

Step 1 - Convocazione al colloquio

In questa fase il/la recruiter ti contatterà perché, dopo aver fatto una prima selezione del tuo curriculum, vorrebbe approfondire la candidatura.

Anche se non fa parte del colloquio di lavoro vero e proprio, già in questo momento si inizia a dare una prima immagine di sé rispetto alla consapevolezza e affidabilità.

Ad esempio, una delle possibili risposte che consigliamo di evitare di dare a caldo è: “non ricordo la candidatura, ne ho mandato talmente tante..”

Attenzione: il recruiter non è ingenu* e comprende che nella ricerca di lavoro mandare tante candidature sia ottimale per aumentare le probabilità di successo. Allo stesso tempo però una replica secca di questo tipo potrebbe dare la percezione che la candidatura sia stata fatta in maniera passiva e far presupporre che ci sia uno scarso interesse.

Candidati in modo mirato e fai una buona impressione fin da subito!

Il consiglio per evitare di dare questa impressione è quello di candidarsi in maniera mirata e attenta a ricerche che rispondono meglio sia al proprio percorso che alle concrete aspirazioni professionali piuttosto che ragionare esclusivamente in termini di quantità e, per quanto possibile, tenerne traccia.

Questo darà una grossa mano a non farsi trovare totalmente impreparat* e se questi accorgimenti non dovessero bastare, si potrebbe dare il tempo di esporre la natura della ricerca e chiedere eventuali precisazioni che possano aiutare a fare mente locale.

Oltre a ciò, raccogliere ulteriori informazioni in questa fase sarà utile ad avere già dei dati integrativi rispetto a quanto esplicitato in annuncio e a fissare un colloquio con consapevolezza.

Altro consiglio da tenere a mente: nel fissare l’appuntamento per il colloquio, sii cert* di avere la possibilità di verificare con sicurezza che non ci siano sovrapposizioni con altri impegni. Se ciò non è possibile, nessun problema, puoi rimandare la presa di appuntamento a un momento in cui sei meno oberat*.

Se poi si dovessero verificare delle situazioni che comportano un annullamento, una ripianificazione o anche un ritardo al colloquio di lavoro è molto importante avvertire nella maniera più tempestiva ed efficace possibile: gli imprevisti possono capitare a chiunque, è la loro gestione che fa’ la differenza!

Step 2 - Come affrontare il colloquio di lavoro?

Abbiamo fissato il colloquio di lavoro, ecco qui alcune indicazioni su come affrontarlo.

In questa fase è certamente utile prepararsi al meglio su diversi aspetti, primariamente quello logistico.

Innanzitutto, è meglio verificare anticipatamente le modalità e i tempi di percorrenza che ti separano dalla sede fisica del colloquio o, in caso dovesse svolgersi da remoto, accertarsi di avere a disposizione uno spazio in cui poter parlare agevolmente e una connessione stabile.

In questo modo riuscirai a ridurre al minimo la possibilità di imprevisti che possano compromettere la qualità e la buona riuscita del colloquio di lavoro.

Visti questi primi ma non scontati aspetti, è arrivato il momento di prepararti sui fattori che possono contribuire a presentarti al meglio.

A questo scopo è utile rinfrescare le informazioni relative alla ricerca per cui ti sei candidat* che si possono ritrovare nell’annuncio.

Oltre l’annuncio, si possono anche reperire dal sito dell’azienda le principali informazioni su servizi, valori, mission e organizzazione.

Questa raccolta dati sarà funzionale sia per una maggiore preparazione personale ma potrà anche fornire spunti per domande o curiosità integrative che durante un colloquio di lavoro sono sempre ben accette.

Step 3 – Come presentarsi al colloquio di lavoro

È arrivato il fatidico giorno e con questo tutti i dubbi legati al modo migliore in cui ci si può presentare.

Elemento non trascurabile è quello legato all’aspetto.

Infatti, una delle domande che ci si pone è “come mi vesto?”

Su questo ci sono diverse scuole di pensiero.

Il nostro consiglio, in generale, è quello di trovare un outfit che ti faccia trovare a tuo agio e che allo stesso tempo non dia un aspetto trasandato.           

Questo trasmetterà l’idea sia di sicurezza che di accuratezza.

Altro elemento di cui tener conto è, in caso di colloquio in presenza, l’orario in cui presentarsi all’appuntamento.

Abbiamo già parlato prima di quanto sia fondamentale organizzarsi per non arrivare in ritardo, ma anche arrivare troppo in anticipo alla sede del colloquio può essere problematico.

Infatti, così facendo potresti interrompere il/la recruiter nelle attività in cui è coinvolt* e creare possibili disagi.

L’arrivare troppo presto rischia infatti di trasmettere da un lato l’idea di un’incapacità nella gestione dei tempi, dall’altro una mancata accortezza nei confronti dell’organizzazione altrui.

A che ora arrivare quindi al colloquio?

L’ideale sarebbe arrivare massimo 5/10 minuti prima, il tempo ottimale per poter arrivare, annunciarsi e dare un primo sguardo al contesto.

Step 4 - Il colloquio, che domande mi faranno? Cosa posso rispondere e cosa posso chiedere?

Ed eccoci arrivati al momento fatidico.

Quali domande ci si può aspettare? E soprattutto, cosa è meglio dire?

Non c’è una risposta unica a queste domande, perché la natura degli argomenti affrontati a ogni colloquio di lavoro dipende da fattori legati al tipo di posizione per cui ci si è candidat* e anche dal tipo di approfondimenti necessari legati alla specificità del curriculum.

Aldilà di tali peculiarità, generalmente i colloqui si aprono con una richiesta di fare una presentazione di sé con un excursus del percorso di studi e professionale.

In questo caso, non è indispensabile esporre per filo e per segno tutti gli elementi che l’hanno caratterizzato.

Ad esempio, se per la selezione il titolo di studio è un requisito necessario, ci si può soffermare anche sul percorso di studi.

O ancora, sulla base della natura della ricerca è funzionale parlare in maniera più approfondita di esperienze nel settore o evidenziare le mansioni che possono aver avuto a che fare con le attività previste dalla job.

Insomma, per portare acqua al proprio mulino, è più indicato parlare di quelle esperienze di studio e/o di lavoro con più elementi di affinità alla ricerca perché potrebbero far emergere delle competenze funzionali alla posizione per cui si fa il colloquio.

Domande scomode non vi temo!

A questo punto il/la recruiter vorrà approfondire alcuni punti relativi a determinate attività svolte nel corso delle esperienze o anche chiedere precisazioni legate all’andamento del percorso professionale come, ad esempio, le ragioni legate a cambi di lavoro ed eventuali buchi sul cv.

Attenzione: queste ultime possono sembrare delle domande scomode, ma in realtà servono al/alla recruiter ad inquadrare in maniera più completa il tuo profilo.

Infatti, le risposte a questo tipo di domande possono aiutare a comprendere le motivazioni sottostanti al processo decisionale e capire quali per il candidato/a potrebbero essere gli elementi di criticità legati al posto di lavoro.

Ad esempio, se si parla delle ragioni che possono aver portato a lasciare un lavoro e queste sono legate a problematiche emerse con l’ex datore di lavoro, è più opportuno riportare le ragioni obiettive evitando di far emergere eventuali dissapori passati che poco c’entrano col qui e ora del colloquio.

Per quanto riguarda invece i buchi, questi non sono necessariamente indice di lassismo da parte del candidat*, ma sappiamo bene che possono esserci tante ragioni sottostanti che, se valorizzate nel modo giusto possono essere anche un tratto distintivo (ad es. periodo dedicato agli studi, maggiore focus sulla vita privata..) senza che sia necessario approfondire oltre.

In ogni caso, il consiglio è quello di non porsi sulla difensiva rispetto a queste domande, ma di rispondere con trasparenza e garbo senza scendere eccessivamente in particolari non funzionali alla selezione in corso.

Cosa chiedere a fine colloquio?

Nella fase conclusiva, di solito si lascia spazio a delle domande da parte del candidat*.

Qui è importante fare domande pertinenti al ruolo che si dovrebbe ricoprire, alle procedure da adottare, alle attività, gli strumenti a disposizione e all’organizzazione del lavoro: più informazioni si riescono a raccogliere meglio è per poter uscire dal colloquio con le idee chiare sulla posizione.

Inoltre, fare delle domande mirate può essere un elemento distintivo per il candidat* perché dimostra la sua motivazione e proattività.

Step 5 - Il colloquio si è concluso, cosa mi porto a casa?

La prima risposta spontanea a questa domanda potrebbe essere “speriamo un lavoro!” e questo sarebbe l’obiettivo ottimale sia per il/la candidat* che per il/la recruiter.

Sappiamo che nella realtà dei fatti ciò non sempre accade, ma questo non significa che il colloquio sia stato totalmente inutile.

Anche se l’esito della selezione non è stato positivo, infatti, un colloquio di lavoro non è necessariamente fine a sé stesso ma può essere anche un utile momento di confronto che può fornire delle informazioni sia sulla rete territoriale che sulle skills più ricercate nel settore e quindi aiutarti tramite un feedback mirato a correggere il tiro laddove fosse necessario per eventuali future selezioni.

Spero che questi consigli possano esserti utili, in ogni caso IN BOCCA AL LUPO!

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Come modificare il CV Europass: guida pratica e consigli utili

Modificare il CV Europass è un passaggio importante per presentarsi in modo chiaro e professionale durante la ricerca di lavoro. Anche se si tratta di un modello standard, può essere adattato e valorizzato per raccontare in modo efficace il proprio percorso.

Con alcune attenzioni mirate, è possibile trasformare un curriculum compilato in modo automatico in uno strumento utile per dialogare con aziende e recruiter.

In questo articolo vediamo come modificare il CV Europass online e in Word, come personalizzarlo in base alle offerte di lavoro e come utilizzarlo insieme alla lettera di presentazione.

Cos’è il CV Europass e quando è utile

Il CV Europass è un formato standard promosso dall’Unione Europea, pensato per rendere più semplice la lettura dei curriculum in contesti diversi, anche internazionali. È uno strumento accessibile e molto utilizzato, soprattutto in ambito pubblico, formativo e nei progetti europei.

Proprio perché nasce come modello standard, richiede però un lavoro di adattamento. Sapere come scrivere il CV è fondamentale quando si inizia a cercare (un nuovo) lavoro. Un CV compilato in modo automatico rischia di non mettere in evidenza ciò che rende unica una persona: esperienze, competenze e obiettivi.

Per questo motivo, personalizzare il CV Europass è un passaggio fondamentale. Non si tratta di riempire tutti i campi, ma di scegliere cosa raccontare e come farlo, in modo coerente con il lavoro che si sta cercando.

Come modificare il CV Europass online

Il modo più semplice per intervenire sul curriculum è utilizzare la piattaforma ufficiale Europass. Dopo aver creato un account gratuito, puoi accedere all’editor online e lavorare direttamente sul CV.

All’interno dell’editor puoi:

  • aggiornare i dati personali;
  • inserire o modificare esperienze lavorative e formative;
  • rivedere le competenze, sia tecniche che trasversali;
  • cambiare la lingua del CV per candidature internazionali.

Un’attenzione particolare va riservata al profilo personale, ovvero la breve introduzione iniziale. È consigliabile evitare frasi vaghe e puntare su una descrizione chiara del proprio ruolo e delle competenze principali. Ad esempio:

  • “Sviluppatore web con esperienza in progetti front-end e back-end” è più efficace di “persona dinamica e motivata”.

Inoltre, quando aggiorni il CV online, puoi salvare versioni diverse per scopi diversi: una più generica e una mirata a un settore specifico, così da avere sempre il documento giusto pronto da inviare.

Una volta completate le modifiche, il CV può essere:

  • salvato online per futuri aggiornamenti;
  • esportato in PDF per candidature ufficiali;
  • scaricato in Word per ulteriori personalizzazioni e adattamenti grafici.

Come modificare il CV Europass in Word

Lavorare sul CV Europass in formato Word permette una maggiore flessibilità. Si può intervenire sul testo, riorganizzare le sezioni e dare più spazio alle esperienze più significative.

Questo è particolarmente utile quando si vuole mettere in evidenza un percorso specifico o adattare il curriculum a un’offerta di lavoro. È possibile semplificare alcune parti e rendere il linguaggio più diretto, mantenendo sempre chiarezza e coerenza.

È importante però prestare attenzione alla struttura del modello, che è basata su tabelle. Modifiche troppo radicali possono compromettere l’impaginazione. Per questo è consigliabile procedere con gradualità e mantenere uno stile pulito, con font leggibili e una buona organizzazione degli spazi.

Consigli pratici per Word

  • Usa grassetto e corsivo con moderazione per evidenziare titoli e ruoli.
  • Mantieni font leggibili, come Arial o Calibri, dimensione 11–12.
  • Inserisci spazi tra le sezioni per migliorare la leggibilità.
  • Se vuoi aggiungere un tocco personale, puoi usare icone o linee sottili, ma senza esagerare.

Come personalizzare il curriculum Europass in modo efficace

Un curriculum funziona quando riesce a raccontare in modo chiaro cosa una persona sa fare e in quale contesto può portare valore.

Nel modificare il CV Europass è utile concentrarsi sulle esperienze più rilevanti, descrivendo attività svolte e risultati ottenuti. Anche le competenze vanno selezionate con attenzione, evitando di inserire informazioni poco utili.

Adattare il CV a ogni candidatura è un passaggio fondamentale. Ogni ruolo richiede competenze diverse, e il curriculum dovrebbe riflettere questa coerenza. Inserire esempi concreti, anche semplici, aiuta a rendere il profilo più credibile.

A seconda del settore, possono cambiare le priorità: in ambito tecnico è importante evidenziare strumenti e progetti, mentre in altri contesti possono essere più rilevanti le esperienze organizzative o relazionali.

Cosa evidenziare nel cv in base al settore

Ecco cosa inserire nel cv in base al settore di interesse:

  • IT: linguaggi di programmazione, progetti software, strumenti utilizzati e risultati ottenuti;
  • Marketing: campagne gestite, risultati misurabili, competenze digitali e strategie implementate;
  • Sanitario: specializzazioni, corsi di aggiornamento, esperienze cliniche significative;
  • Creativo: progetti, portfolio, collaborazioni, premi e riconoscimenti.

Aggiungere dettagli concreti aiuta a distinguersi e rende il CV più credibile e interessante.

Come togliere la scritta Europass dal CV

Il formato Europass prevede logo e intestazione riconoscibili. Una delle domande più frequenti è: Come togliere la scritta Europass dal CV? 

Se utilizzi il formato Word, puoi eliminarla aprendo l’intestazione o il piè di pagina e cancellando manualmente logo e dicitura.

Quando ha senso togliere la scritta Europass?

Prima di farlo, però, è bene valutare il contesto:

  • conviene mantenere la scritta Europass per bandi pubblici o candidature europee;
  • può essere utile rimuoverla per candidature nel settore privato o creativo.

Questa scelta permette di adattare il CV alla percezione del recruiter e al tipo di azienda a cui ti rivolgi.

Errori comuni da evitare

Quando si modifica il CV Europass, è facile cadere in alcuni errori ricorrenti che rischiano di ridurre l’efficacia del curriculum, anche quando il percorso professionale è valido. Essere consapevoli di questi aspetti aiuta a evitarli e a presentarsi in modo più professionale.

Tra gli errori più comuni troviamo:

  • usare descrizioni troppo generiche, che non spiegano davvero cosa si è fatto;
  • inserire informazioni non aggiornate, come esperienze superate o competenze non più rilevanti;
  • inviare lo stesso CV per ogni candidatura, senza adattarlo al ruolo;
  • riempire il curriculum di competenze poco utili solo per “fare volume”;
  • trascurare la leggibilità, con testi troppo lunghi o poco chiari.

Per evitarli, è utile:

  • rileggere il CV con attenzione, magari dopo qualche ora di pausa;
  • verificare che le informazioni siano coerenti tra loro;
  • controllare refusi, date e formattazione;
  • chiedere un parere esterno, soprattutto se si sta cercando lavoro da tempo senza risultati;
  • aggiungere note brevi o esempi concreti per far risaltare i risultati.

CV Europass e lettera di presentazione: come usarli insieme

Il CV Europass è ancora più efficace se accompagnato da una lettera di presentazione. Questo documento permette di spiegare le motivazioni della candidatura e di dare un contesto alle informazioni presenti nel curriculum.

Una buona lettera di presentazione dovrebbe:

  • spiegare perché ti candidi per quella posizione;
  • collegare le tue competenze alle esigenze dell’azienda;
  • approfondire uno o due aspetti chiave del tuo percorso;
  • evitare di ripetere il contenuto del CV.

Puoi anche inserire piccoli dettagli personali o aneddoti professionali, come progetti particolarmente significativi o sfide affrontate con successo, per rendere la lettera più coinvolgente e memorabile.

La piattaforma Europass offre un modello standard, ma personalizzarlo è sempre consigliabile, soprattutto per aziende private o contesti creativi.

Quando usare il CV Europass

Il CV Europass non è uno strumento “giusto o sbagliato” in assoluto, ma va scelto in base al contesto e all’obiettivo della candidatura. In alcuni casi rappresenta una scelta strategica, in altri può risultare meno efficace.

È particolarmente indicato per:

  • candidature in ambito europeo;
  • concorsi pubblici e bandi istituzionali;
  • programmi di mobilità internazionale, tirocini o percorsi formativi;
  • contesti in cui è richiesta una struttura chiara e standardizzata.

Può essere meno adatto, invece, quando:

  • si lavora in settori fortemente creativi;
  • la posizione richiede un CV molto personalizzato dal punto di vista grafico;
  • il portfolio ha un peso maggiore rispetto al curriculum stesso.

Valutare il contesto prima di scegliere il formato del CV è un passaggio fondamentale per aumentare le possibilità di successo.

Conclusione

Sapere come modificare il CV Europass permette di sfruttare al meglio uno strumento molto diffuso, evitando che resti un semplice modello compilato in modo automatico. Con una buona personalizzazione, esempi concreti, dettagli sulle esperienze e una lettera di presentazione coerente, il curriculum Europass può diventare un valido alleato nella ricerca di lavoro.

Ricorda che ogni modifica, ogni frase aggiuntiva o ogni esperienza evidenziata può fare la differenza. Dedica il tempo necessario a rendere il tuo CV leggibile, interessante e mirato, così da aumentare le possibilità di essere notato dai recruiter.

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Parità di genere in azienda: definizione e come raggiungerla

La parità di genere rappresenta oggi una delle sfide più urgenti e complesse dell’agenda globale. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni, il mondo resta ancora lontano dal garantire a donne e uomini le stesse opportunità in termini di istruzione, occupazione, salute e partecipazione politica.

Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, a livello mondiale è stato colmato circa il 68,8 % del divario di genere tra 148 economie analizzate. Ciò significa che la piena parità è ancora lontana: mantenendo il ritmo attuale, si stima che ci vorranno 123 anni per raggiungerla. Un dato che evidenzia quanto sia necessario accelerare gli sforzi, sia a livello internazionale che locale.

L’Italia, pur avendo registrato miglioramenti in alcune aree, si colloca solo all’85° posto su 148 Paesi, segno che la strada verso una l’uguaglianza è ancora lunga e complessa. Analizzando le quattro aree considerate dal Report – educazione, salute, economia (partecipazione e occupazione) e politica – (potere decisionale) emerge un quadro misto, dove i progressi in alcuni settori convivono con criticità significative in altri.

Educazione

A livello mondiale, il divario di genere nell’istruzione è ormai quasi del tutto superato: circa il 95,1% del gap è stato colmato.

In Italia, la situazione è ancora migliore: il Global Gender Gap Report 2025 indica un valore del 99,5%: le donne italiane, in molti casi, possiedono livelli di istruzione superiore rispetto agli uomini.

Salute e sopravvivenza

Anche in questo ambito i progressi sono importanti. A livello globale è stato colmato il 96,2% del divario e in Italia il dato arriva al 97,2%. L’accesso alle cure, la qualità della vita e l’aspettativa di sopravvivenza risultano quindi quasi equivalenti per entrambi i generi.

Partecipazione economica e opportunità

Qui la situazione è più complessa. Nel mondo è stato colmato solo il 61% del divario, e in Italia la partecipazione economica si attesta al 61,2%, leggermente sopra la media globale. Le donne continuano a incontrare ostacoli legati a disparità salariali, minori possibilità di carriera e sottorappresentazione nei ruoli dirigenziali. In Italia, la parità di genere in azienda ha ancora ampi margini di miglioramento.

Empowerment politico

È il settore dove la distanza tra uomini e donne è ancora più marcata. Globalmente è stato colmato appena il 22,9% del divario, mentre in Italia la rappresentanza politica femminile si ferma al 28,1%, in calo rispetto al 2024. Questo dimostra che le donne sono ancora sottorappresentate nei ruoli di potere e nelle posizioni decisionali, come in Parlamento, nei governi e negli organi istituzionali.

L’Italia mostra risultati molto positivi in istruzione e salute, ma resta indietro in partecipazione economica e potere politico. Le cause principali sono la persistenza di stereotipi di genere, la difficoltà di conciliare vita e lavoro, la scarsa presenza femminile nei settori STEM e nei ruoli dirigenziali. Nonostante l’alto livello di istruzione, le competenze femminili non si traducono ancora in pari opportunità di carriera e leadership.

Parità di genere: strategia europea e nazionale

A livello europeo, la Strategia per l’uguaglianza di genere 2020-2025 della Commissione Europea punta a costruire un’Unione in cui donne e uomini possano avere le stesse opportunità in tutti gli ambiti della vita. Le priorità includono: aumentare la partecipazione femminile al lavoro, ridurre il divario salariale e pensionistico, combattere la violenza di genere e promuovere la presenza delle donne nei ruoli decisionali e nei Consigli di amministrazione.

Queste politiche europee si allineano all’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che mira a “raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. L’UE si impegna a integrare questa prospettiva di genere in tutte le sue politiche, considerandola un elemento chiave per lo sviluppo sostenibile.

In Italia, la Strategia Nazionale per la Parità di Genere 2021-2026 rappresenta la cornice di riferimento per le azioni nazionali e individua cinque aree chiave di intervento: lavoro, reddito, competenze, tempo e potere.
Tra gli strumenti principali rientra la certificazione della parità di genere (legge n. 162/2021 e prassi UNI/PdR 125:2022), che riconosce le imprese impegnate concretamente in politiche paritarie.

Ma cosa si intende per parità di genere in azienda?

Investire nella parità di genere in azienda non è solo una scelta etica: è una leva strategica che rafforza competitività, innovazione e sostenibilità.

Ma attenzione però, non si tratta solo di bilanciare la presenza femminile e maschile, ma di creare un ambiente davvero equo e inclusivo, dove il genere non influenzi le possibilità di carriera, la retribuzione o il riconoscimento professionale.

Cosa comporta per le aziende la certificazione di parità di genere?

Un’impresa che persegue la parità di genere si impegna a offrire a tutto il personale le stesse possibilità di accesso, crescita e formazione, assicurando una retribuzione equa a parità di ruolo e responsabilità. Promuove la presenza femminile nei ruoli di leadership e nelle posizioni decisionali, adotta politiche che facilitano la conciliazione tra vita lavorativa e privata e si impegna a contrastare qualsiasi forma di discriminazione o stereotipo legato al genere.

Viene richiesta, quindi, una gestione consapevole e trasparente dei dati aziendali, per individuare eventuali squilibri nelle assunzioni, nelle promozioni o nei salari, e mettere in atto azioni correttive. Promuovere la parità di genere, quindi, non è soltanto una questione etica o un obbligo previsto dalle normative, ma una vera e propria strategia di valore.

Il Sistema di certificazione della parità di genere è stato creato per incentivare le imprese ad adottare politiche che promuovano l’uguaglianza e l’empowerment femminile all’interno dell’azienda. L’obiettivo è favorire l’accesso delle donne al mercato del lavoro, ai ruoli di leadership e migliorare la possibilità di conciliare tempi di vita e lavoro.

Vediamo insieme come si certifica la parità di genere in un'azienda

Il processo di certificazione è volontario e viene richiesta direttamente dall’impresa interessata. Il rilascio avviene tramite organismi di certificazione accreditati presso Accredia, secondo quanto previsto dal regolamento CE 765/2008, e si basa sulla prassi UNI/PdR 125:2022, pubblicata da UNI il 16 marzo 2022, che definisce criteri, prescrizioni tecniche e indicatori per misurare la parità di genere nelle organizzazioni.

Il certificato ha una validità di tre anni, durante i quali l’azienda è sottoposta a audit di sorveglianza annuali a 12 e 24 mesi.

Ottenere la certificazione della parità di genere, però, non deve rappresentare un traguardo finale, bensì un punto di partenza fondamentale per qualsiasi azienda che voglia costruire una cultura realmente inclusiva. La certificazione attesta che l’impresa ha adottato pratiche strutturate per promuovere l’uguaglianza, ma il vero valore risiede nella continuità e nella crescita delle politiche interne. Infatti, le organizzazioni certificate devono costantemente monitorare i propri indicatori, aggiornare i processi HR, promuovere programmi di sviluppo per le donne e mantenere un equilibrio tra vita professionale e personale. Questo percorso continuo permette di trasformare la certificazione in uno strumento dinamico di miglioramento, piuttosto che in un semplice riconoscimento formale.

Cosa si può fare per raggiungere la parità di genere?

Le aziende possono adottare misure concrete come programmi di mentoring e formazione mirati alle donne, politiche flessibili per conciliare vita lavorativa e privata, revisione periodica delle retribuzioni per garantire equità salariale e promozione attiva di leadership inclusiva. Queste azioni, integrate in una strategia coerente e monitorate costantemente, permettono di affrontare gli squilibri strutturali e di creare un ambiente di lavoro realmente paritario

In altre parole, la certificazione crea una base solida su cui costruire strategie a lungo termine, incoraggiando l’azienda a identificare e correggere eventuali squilibri, sviluppare talenti femminili e rafforzare la leadership inclusiva. Le aziende che comprendono questa prospettiva vedono risultati concreti: maggiore soddisfazione dei dipendenti, attrazione di talenti, innovazione nei processi e miglioramento della reputazione sociale e sul mercato.

Questo approccio evidenzia come la parità di genere, se gestita in maniera strategica e costante, diventi un motore di crescita sostenibile per l’azienda e non solo un obbligo normativo o un simbolo etico. La certificazione è quindi l’inizio di un percorso virtuoso, dove ogni passo successivo contribuisce a consolidare una cultura aziendale equa, inclusiva e competitiva.

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A che età si va in pensione: requisiti (uomo e donna) e novità

A che età si va in pensione?

Chi non si è mai chiesto: Andrò mai in pensione o farò prima a vincere alla lotteria? È una domanda che unisce tutti quando pensiamo al futuro.

Ma niente panico: scopriamo insieme le possibilità che ci aspettano.

Partiamo dal significato, Che cosa significa età pensione e quali sono i requisiti generali?

L’età pensione o età pensionabile, indica l’età minima alla quale una persona può accedere alla pensione di vecchiaia o a una forma di pensione ordinaria, compatibilmente con altri requisiti come l’anzianità contributiva.

Tuttavia, non sempre basta l’età: spesso è richiesto un minimo di contributi versati, e talvolta esistono condizioni più favorevoli per lavoratori con contributi molto lunghi o in condizioni particolari, ovvero lavori usuranti, invalidità, ecc.

Quando parliamo di pensione anticipata, ci riferiamo a modalità che consentono di uscire dal lavoro prima dell’età prevista, a fronte di condizioni più rigide sui contributi e riduzioni sull’importo pensionistico.

Ma in Italia a che età si va in pensione nel 2025 e quanti anni di contributi bisogna avere per andare in pensione?

Approfondiamo insieme!

Per il 2025, i requisiti ordinari per la pensione di vecchiaia in Italia sono:

  • Età anagrafica: 67 anni per uomini e donne
  • Anzianità contributiva: almeno 20 anni di contributi versati.

Oltre a ciò, per chi è in regime puro contributivo, ovvero che ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995, c’è un’ulteriore condizione: l’assegno pensionistico deve raggiungere una soglia minima legata al trattamento minimo, che viene fissato annualmente e quello previsto per il 2025 è 603,40 euro al mese.

Inoltre, chi non raggiunge l’importo minimo richiesto può eventualmente accedere alla pensione di vecchia contributiva a età più elevata. In tal caso, nel 2025, con soli 5 anni di contributi (post-1995) si può accedere alla pensione, ma a 71 anni.

Ci sono anche deroghe per categorie particolari (es. lavori usuranti) previste da leggi precedenti per le quali in certi casi sono sufficienti 15 anni di contributi.

Oggi in Italia ci sono diverse possibilità per chi vuole andare in pensione prima dei requisiti della pensione di vecchiaia.

La pensione anticipata ordinaria è la forma “classica”: gli uomini possono uscire con 42 anni e 10 mesi di contributi, mentre le donne con 41 anni e 10 mesi.

Ma ecco alcune regole aggiornate al 2025:

  • È prevista la pensione anticipata flessibile, con possibilità di uscire prima dell’età di vecchiaia, ma entro limiti e condizioni di importo. Questa, introdotta con le leggi di bilancio 2024 e 2025, permette ai lavoratori di andare in pensione prima se fanno richiesta e hanno raggiunto almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi. È destinata sia ai dipendenti sia agli autonomi iscritti all’INPS.
  • Per l’anticipata contributiva: requisito minimo di età 64 anni e anzianità contributiva di almeno 25 anni.

Novità 2025 da ricordare

  • Dal 2025, per la pensione anticipata contributiva, il requisito contributivo minimo sale da 20 anni a 25 anni per nuove uscite e 30 anni dal 2030.
  • La pensione di vecchiaia permane fissata a 67 anni per il biennio 2025-2026, ma dal 2027 l’età dovrà adeguarsi nuovamente alla speranza di vita.
  • In alcuni casi, si può far computare anche il montante delle rendite di previdenza complementare (fondi pensione) ai fini del raggiungimento dell’importo soglia minimo per accedere.

Ma a che età vanno in pensione le donne? A che età vanno in pensione gli uomini?

Nel sistema italiano attuale gli uomini e donne hanno gli stessi requisiti di età per la pensione di vecchiaia: 67 anni. Le differenze possono emergere in base al tipo di regime contributivo o al percorso contributivo individuale (es. nel caso in cui l’assegno minimo non venga raggiunto).

Ci sono però delle eccezioni, delle misure speciali.

Per le donne, esistono misure specifiche come Opzione Donna, che permette di andare in pensione prima se si hanno almeno 35 anni di contributi e un’età minima di 61 anni (ridotta a 60 o 59 in presenza di figli), oltre a particolari condizioni personali come caregiving o invalidità ≥ 74%. L’assegno viene calcolato con il sistema contributivo e prevede una finestra di attesa: 12 mesi per dipendenti, 18 mesi per autonome.

A che età si va in pensione in Francia? E a che età si va in pensione in Germania e in Svizzera?

Quando si parla di pensione, è utile guardare anche a cosa succede negli altri Paesi europei per capire meglio la posizione dell’Italia.

  • In Francia, dopo la riforma del 2023, l’età per la pensione di vecchiaia è stata portata a 64 anni, con l’obbligo di avere 43 anni di contributi per ottenere l’assegno pieno. Sono previste eccezioni per chi ha iniziato a lavorare molto presto o ha svolto attività particolarmente pesanti.
  • In Germania, l’età pensionabile è fissata a 66 anni, ma salirà progressivamente a 67. Per la pensione di base bastano 5 anni di versamenti, ma per uscire prima senza riduzioni servono ben 45 anni di contributi.
  • In Svizzera, le regole sono leggermente diverse: l’età di riferimento è di 65 anni per gli uomini e 64 per le donne, anche se è previsto un graduale aumento.

Rispetto a questi modelli, l’Italia si colloca tra i Paesi con una delle età pensionabili più alte ma offre diversi canali di flessibilità, che permettono in alcuni casi di lasciare il lavoro prima.

Altre misure speciali

Quota 103 è stata confermata anche per il 2025: permette di andare in pensione a 62 anni con almeno 41 anni di contributi. L’assegno però viene calcolato interamente con il sistema contributivo, quindi l’importo può risultare più basso rispetto al calcolo misto, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare prima del 1996.

Un’altra possibilità è l’Ape Sociale, pensata per categorie considerate più fragili, come i disoccupati, i caregiver, gli invalidi civili dal 74% in su e chi svolge lavori gravosi. In questo caso si può accedere a partire dai 63 anni, purché si abbiano almeno 30 o 36 anni di contributi (a seconda dei casi). L’assegno però non è pienamente libero: c’è un tetto massimo e viene erogato solo fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia.

Suggerimenti e conclusioni

  • In Italia, l’età per la pensione di vecchiaia è 67 anni, con almeno 20 anni di contributi.
  • Verificate ogni anno eventuali cambiamenti legislativi.
  • Controllate il vostro fascicolo previdenziale INPS per conoscere la posizione contributiva.
  • Valutate eventuali versamenti volontari o il ricongiungimento dei contributi per colmare lacune.
  • Considerate le deroghe o misure speciali in caso di carriere particolarmente lunghe o lavori usuranti.

Conoscere tutte le opzioni di pensionamento, i requisiti e i limiti ti permette di pianificare per tempo il tuo futuro, prendere decisioni più consapevoli e prepararti a lasciare il lavoro in modo sereno e dignitoso. In questo modo puoi valutare la soluzione più adatta alle tue esigenze, ottimizzare l’importo della pensione e affrontare la transizione verso il pensionamento senza sorprese o stress.

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Regolamento smart working: guida alle regole per le aziende

L’estate è ormai quasi un ricordo! C’è chi è appena tornato dalle ferie e chi ha approfittato della flessibilità dello smart working per lavorare da luoghi un po’ diversi dal solito, magari più freschi e piacevoli.

Eppure, il panorama del lavoro agile presenta due facce. Se da un lato cresce il consolidamento dello smart working, dall’altro, con una visione più conservatrice, alcune aziende stanno avviando una sorta di “migrazione inversa”, richiamando i dipendenti in ufficio.

Ma siamo sicuri che lo smart working sia in declino? Tra i più giovani la priorità resta migliorare il proprio work-life balance e per molti il lavoro agile e il lavoro ibrido, che permette di svincolarti dall’ufficio, è un fattore che può cambiarti la vita.

Ma quali sono i diritti e i doveri del dipendente? E quali sono gli obblighi del datore di lavoro in caso di telelavoro o smart working?

Negli ultimi anni, l’utilizzo dello smart working è diventato un elemento centrale nella gestione del lavoro moderno. Per le aziende, introdurre o aggiornare le regole dello smart working non è solo una buona pratica organizzativa, ma anche una misura strategica per rispondere alle esigenze di flessibilità, produttività e tutela dei lavoratori.

L’azienda adotta il lavoro agile come strumento per favorire flessibilità e miglior equilibrio tra vita privata e lavoro, applicandolo alle funzioni che possono essere svolte da remoto senza compromettere l’efficienza.

Con l’entrata in vigore delle nuove regole smart working 2025, molte imprese hanno rivisto i propri modelli organizzativi, adattandosi a un contesto normativo e sociale in continua evoluzione.

Ok, pronto a entrare nel mondo del lavoro agile? In questo approfondimento ti guidiamo, passo dopo passo, tra i concetti chiave del lavoro agile!

Qual è la normativa di riferimento nazionale per lo smartworking?

Il lavoro agile è regolato in Italia dalla Legge n. 81/2017 e non può essere gestito in modo improvvisato. Sebbene la legge preveda l’obbligo di un accordo individuale tra azienda e lavoratore, un regolamento interno consente di standardizzare criteri e procedure, garantendo coerenza e trasparenza all’interno dell’organizzazione.

Inoltre, il regolamento rappresenta una forma di tutela per l’azienda, che così può definire in anticipo:

  • quali sono le regole per un dipendente in smart working,
  • le responsabilità di ogni parte coinvolta,
  • e le condizioni operative applicabili a tutto il personale.

La Legge 81/2017 definisce lo smart working come una modalità flessibile di esecuzione della prestazione lavorativa, senza vincoli di luogo o orario, purché nel rispetto dei limiti di durata massima giornaliera e settimanale.

A partire dal 1° settembre 2022, con la fine del regime semplificato introdotto durante l’emergenza Covid, è diventato obbligatorio comunicare in via telematica gli accordi di lavoro agile, secondo quanto stabilito dal Decreto del Ministero del Lavoro n. 149 del 22 agosto 2022. La trasmissione deve avvenire attraverso il portale “Servizi Lavoro”, senza più l’obbligo di allegare l’accordo individuale, che va comunque conservato dal datore per cinque anni.

La procedura digitale, pensata per semplificare anche la gestione di numerose comunicazioni, permette l’invio massivo dei dati tramite file Excel o API, facilitando le aziende con un maggior numero di dipendenti.

Secondo le indicazioni ministeriali, i datori di lavoro privati devono effettuare la comunicazione entro cinque giorni dall’inizio del lavoro agile o da ogni variazione (come proroghe o cessazioni), mentre per il settore pubblico il termine è fissato al 20 del mese successivo. In caso di mancato adempimento, si applicano le sanzioni previste dal D.Lgs. 276/2003.

Dal 12 gennaio 2025, con la legge 2024, n. 203 -Collegato Lavoro 2025, sono stati ridefiniti i diritti e doveri sia dei lavoratori che delle aziende.

Viene confermato l’obbligo per i datori di comunicare telematicamente i nominativi dei lavoratori interessati, insieme alle date di avvio e cessazione del lavoro agile, sempre entro cinque giorni dall’inizio o dalla variazione dell’attività:

  1. Collegati al portale ClicLavoro- Servizi Lavoro tramite SPID o CIE
  2. Accedi alla sezione Lavoro Agile all’interno del portale
  3. Compila il modulo online con i dati del lavoratore e i dettagli del periodo di smart working
  4. Invia la comunicazione tramite la piattaforma telematica

La mancata comunicazione è soggetta a una sanzione amministrativa da 100 a 500 euro per ogni lavoratore. Questo aggiornamento rafforza i controlli e assicura maggiore tracciabilità del lavoro svolto da remoto.

Con le nuove regole smart working 2025, sono stati rafforzati alcuni principi fondamentali:

  • Il diritto alla disconnessione,
  • La tutela della parità di trattamento,
  • L’obbligo di informativa sulla salute e sicurezza nei luoghi remoti.

Lo smart working viene concesso su base volontaria, fino a un certo numero di giorni a settimana e secondo modalità concordate con il responsabile, anche a rotazione tra i membri del team. L’orario rimane quello previsto dal contratto, ma con fasce di disponibilità concordate e margini di flessibilità. I dipendenti utilizzano dispositivi forniti dall’azienda o, se previsto, strumenti propri adeguatamente protetti. È fondamentale rispettare le norme sulla sicurezza dei dati e sulla tutela della salute nei luoghi di lavoro, anche da remoto. La valutazione delle attività avviene in base ai risultati, nel rispetto della privacy e delle regole sul controllo a distanza.

Obblighi del Datore di lavoro

Quali sono gli obblighi del datore di lavoro in caso di telelavoro o smart working?

Ecco i principali:

  1. Stipulare l’accordo individuale, con indicazione delle modalità di lavoro agile e diritto alla disconnessione.
  2. Comunicare l’attivazione dello smart working al Ministero del Lavoro tramite la piattaforma ufficiale.
  3. Garantire pari trattamento rispetto ai lavoratori in presenza.
  4. Fornire un’informativa sui rischi per la salute e la sicurezza, anche se la prestazione si svolge da casa.
  5. Assicurare protezione dei dati aziendali, con formazione adeguata.

Regole e doveri per i dipendenti in smart working

Anche i lavoratori hanno responsabilità ben precise.

Eccone alcune:

  1. Rispettare gli orari e gli obiettivi stabiliti.
  2. Mantenere la riservatezza e proteggere i dati trattati.
  3. Usare correttamente gli strumenti forniti dall’azienda.
  4. Collaborare con i referenti aziendali e garantire la reperibilità nelle fasce concordate.

Quali sono le tutele per lo smart working?

I dipendenti in lavoro agile godono di tutte le tutele previste dalla legge, comprese, la retribuzione identica a chi lavora in sede, l’accesso a benefit aziendali e formazione, la copertura INAIL in caso di infortunio sul lavoro da remoto e la tutela contro discriminazioni, isolamento o penalizzazioni di carriera.

Quanti giorni di smart si possono fare?

Ad oggi, non esiste un numero fisso di giornate di lavoro da remoto uguale per tutti: molto dipende dal settore, dagli accordi sindacali e dagli accordi stipulati tra datore di lavoro e dipendente. Infatti, alcuni contratti collettivi posso influenzare il numero di giorni e le modalità dello smart working, ma quasi sempre a condizione che vengano integrati da accordi aziendali o individuali. In molte aziende private la formula più diffusa prevede 1 o 2 giorni a settimana da remoto, mentre nella Pubblica Amministrazione le linee guida ministeriali spingono per un equilibrio che garantisca almeno due giorni di presenza in ufficio.

L’obiettivo è conciliare le esigenze di produttività e collaborazione con quelle di flessibilità e benessere dei lavoratori. Non mancano però differenze: alcuni settori stanno sperimentando modelli più spinti di lavoro agile, con la possibilità di svolgere anche fino al 100% delle mansioni da remoto, mentre altri restano più prudenti.

Smart working, più di un modo di lavorare

Lo smart working non è solo un modo diverso di lavorare: è una scelta strategica per il futuro dell’impresa. Adottare un regolamento chiaro e ben strutturato significa dare ordine e coerenza al lavoro agile, proteggere l’azienda e le persone, evitare rischi e creare un clima di collaborazione autentica.

Una buona policy sullo smart working è un investimento in sostenibilità, efficienza e fiducia.

Come ha scritto una collega rispondendo al nostro sondaggio interno alla domanda “Cosa significa per te lavorare in smart working da un luogo diverso?”:

“La vera rivoluzione dello smart working è la fiducia: fiducia nel dipendente e fiducia nei risultati.”

Il lavoro agile può dare nuova energia alla giornata, restituire equilibrio e qualità di vita: meno traffico, più tempo per sé, minore impatto ambientale.

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Evoluzione del Mercato del Lavoro: Intervista a Roberta Gremmo

Intervista a Roberta Gremmo, orientatrice Consorzio Il Filo da Tessere e vicepresidente Domus Laetitiae

Abbiamo incontrato Roberta Gremmo che, dal suo osservatorio privilegiato, ci ha raccontato come sia cambiato il mercato del lavoro da quando ne è entrata a far parte, dapprima come educatrice professionale, poi orientatrice e ora Vicepresidente della cooperativa Domus Laetitiae, ad oggi.

Avendo, ad oggi, un triplice ruolo, qual è la tua visione del mondo del lavoro odierno?

Stiamo assistendo a un mercato del lavoro in continua evoluzione, dove i valori, un tempo tradizionali, non trovano più riscontro nella nuova classe lavoratrice. Credo che ci sia bisogno di adattare il “vecchio” mondo del lavoro a uno nuovo che sta arrivando, anzi, che è già arrivato. 

In qualità di Vicepresidente di Domus Laetitiae, invece, quale pensi che sia il ruolo delle imprese?

I sistemi del sociale, ma non solo, hanno bisogno di dirigenti in grado di cambiare prospettiva e rimanere al passo con i tempi; se si continua a cercare nelle nuove generazioni quello che ha spinto la generazione boomer e baby boomer si rischia di finire in uno stato di frustrazione perenne, sia per quanto riguarda il datore di lavoro, sia per quanto riguarda la persona che sta cercando lavoro.

Come fare?

Penso che le imprese debbano tendere le orecchie e mettersi in una condizione di ascolto attento e attivo per trovare dei nuovi punti di contatto, solo in questo modo riusciranno a mediare tra i loro valori core e quelli invece che vengono ricercati da chi si avvicina oggi al mondo del lavoro. 

Ad oggi, l’incentivo economico non è più il fattore decisivo esclusivo nel momento in cui la persona si trova nella condizione di scegliere tra un’offerta di lavoro e un’altra. Basti pensare a quanto sia difficile trovare livelli medi; nel mercato del lavoro di oggi la figura dirigenziale, con una RAL alta non è semplice da trovare perché si è meno disponibili ad assumere ruoli di responsabilità e questo fa capire che la leva economica non è più sufficiente. Al di là del fattore economico si ricerca l’equilibrio tra vita privata e vita professionale, una tendenza che era già presente ma che è stata estremizzata in seguito alla pandemia da Covid-19.

Il fattore economico non è più quello decisivo, si ricerca maggiore work-life balance, ma se manca quello?

Se manca l’equilibrio si ricerca la passione per quello che si fa, si cerca qualcosa che esalti i propri interessi e che incarna i propri valori. Dall’osservatorio dei Servizi al Lavoro posso dirti che incontro persone che si sentono vicine alla causa e altre che virano su un determinato tipo di lavoro perché è quello che il mercato offre e non necessariamente per un interesse personale 

Chi è Roberta Gremmo?

Roberta Gremmo inizia la sua carriera professionale come educatrice professionale presso la Cooperativa sociale Domus Laetitiae. Lavorando come educatrice capisce che vuole essere più presente sul territorio e prendere parte a più progetti: inizia qui la sua carriera da orientatrice occupandosi di inserimento lavorativo per persone con disabilità o seguite dai servizi sociali per ampliare poi la propria professionalità con l’accompagnamento lavorativo rivolto a giovani e orientamento precoce con il Consorzio Il Filo da Tessere. Nell’ultimo anno ha affiancato anche il direttore del personale di Domus Laetitiae iniziando ad avere degli incarichi legati alla gestione del personale all’interno della cooperativa di cui è poi diventata Vicepresidente.

Signora che indossa un maglione rosa con un motivo a trama. La persona ha i capelli corti e porta gli occhiali sulla testa. Lo sfondo è bianco.
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Come scrivere un CV efficace: consigli per catturare l’attenzione dei datori

Un CV efficace è il primo passo per ottenere il lavoro dei tuoi sogni. Il CV, infatti, è il tuo biglietto da visita professionale, il primo contatto che i datori di lavoro hanno con te, e pertanto deve essere chiaro e convincente. Segui questi consigli pratici per creare un CV che catturi l’attenzione! 

1. Informazioni personali

La prima cosa che deve saltare all’occhio sono le informazioni personali, in questo modo sarà più facile per il/la recruiter contattarti. Assicurati quindi di includere e dare sufficiente spazio a:

  • Nome e cognome: sono essenziali per identificarti rapidamente;
  • E-mail: Fornisci un indirizzo professionale, evitando soprannomi o alias poco seri;
  • Numero di cellulare: Inserisci un numero valido e assicurati di rispondere anche se non hai salvato il numero che ti sta chiamando 😊.

Se appartieni a una categoria protetta, segnalalo in questa sezione per permettere al datore di lavoro di considerare eventuali incentivi o agevolazioni.

2. Esperienze professionali

Se la tua carriera lavorativa è già iniziata, le esperienze professionali sono il cuore del tuo CV. Elencale in ordine cronologico inverso, partendo dalle più recenti. Ogni esperienza dovrebbe includere:

  • Nome dell’azienda: Specifica l’azienda per cui hai lavorato;
  • Periodo di lavoro: Indica le date di inizio e fine per ogni posizione;
  • Mansioni svolte: Descrivi brevemente le tue responsabilità e i risultati ottenuti, evidenziando le competenze acquisite.

Se sei all’inizio della tua carriera professionale e non hai esperienze lavorative, niente paura, il cuore del CV sarà il tuo percorso formativo!

3. Formazione e percorso di studi

Il tuo percorso formativo è altrettanto importante e dovrebbe essere inserito subito dopo le esperienze professionali. In questa sezione, elenca in ordine cronologico inverso:

  • Titoli di studio: Includi lauree, diplomi e certificazioni ottenute;
  • Corsi di formazione: Aggiungi i corsi di aggiornamento e le formazioni seguite di recente;
  • Progetti scolastici: Se non hai ancora maturato esperienze lavorative significative, descrivi i progetti accademici svolti, mettendo in luce le competenze sviluppate, potrebbe essere proprio quello che farà risaltare la tua candidatura tra tante.

4. Lingue conosciute

Le competenze linguistiche sono sempre più rilevanti nel mercato del lavoro globale. Indica le lingue che conosci, specificando il livello di competenza secondo il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue (A1-C2). 

5. Hard e Soft skill

Le hard e le soft skills sono ciò che ti rende unico come candidat*. Questa sezione dovrebbe includere:

  • Hard skill: Competenze tecniche specifiche, come l’uso di software o programmi particolari.
  • Soft skill: Attitudini lavorative e qualità personali come il problem-solving, la comunicazione, o la capacità di lavorare in team. Queste abilità possono determinare il tuo successo in un ambiente di lavoro alla pari delle conoscenze tecniche.

Ricorda che molto spesso le competenze trasversali sono quelle che fanno la differenza!

6. Personalizza!

Uno degli errori più comuni quando si cerca attivamente lavoro è inviare lo stesso CV per ogni candidatura. Le esperienze e competenze che hai maturato sono sempre le stesse, certo, ma ti consigliamo di adattare il tuo CV in base al ruolo per cui ti stai candidando, facendo risaltare con parole chiave le esperienze più rilevanti per quella posizione specifica e tralasciando informazioni meno rilevanti.

Infine, ricordati di salvare il CV in formato PDF, in questo modo la formattazione rimarrà intatta sui diversi dispositivi e sistemi operativi, evitando spiacevoli sorprese. Un file PDF è anche più professionale e meno soggetto a modifiche accidentali! Per concludere, non dimenticare di rinominare il file inserendo il tuo nome e cognome, sembra scontato ma non lo è!

Hai bisogno di aiuto? Scopri tutti i Servizi Cooperjob per i lavoratori!

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Ancora Cinque Minuti: Cortometraggio Inclusivo di Cooperjob e Consorzio Oscar Romero

Ancora cinque minuti arriva sul grande schermo

La prima

Si è tenuta ieri presso il Cinema Comunale Rosebud la prima di ‘Ancora Cinque Minuti’, il cortometraggio inclusivo di Giuseppe Raia prodotto da Cooperjob SpA e dal Consorzio Oscar Romero.

L'idea del cortometraggio

Il cortometraggio nasce da un’idea collettiva del laboratorio cinematografico CIAK rivolto a persone con fragilità e rientra tra i progetti di responsabilità sociale di Cooperjob SpA e Consorzio Romero.

Il laboratorio cinematografico CIAK

Durante tutta la durata del laboratorio, che si è svolto da novembre 2023 ad aprile 2024, le persone coinvolte hanno avuto la possibilità di mettersi in gioco e partecipare a un processo creativo nella sua integrità. Questo ha permesso loro di esplorare diversi linguaggi audiovisivi lavorando non solo alla scrittura della sceneggiatura, ma anche all’interpretazione, alla ripresa e al montaggio del cortometraggio. 

Il risultato? Una divertente parabola sul sentirsi in balia della vita in cui Carmine Fabbricatore e Giulia Pirelli interpretano Roberto, giovane attore di belle speranze, e Giulia, l’ex fidanzata.

“Credo sia un film sull’imparare a trovare nuovi sguardi su sé stessi e la propria storia, a leggere il lato ironico delle cose”

L'impatto sociale

Il progetto è un ottimo esempio di welfare culturale e territoriale, un modo per migliorare la qualità di vita delle persone più fragili, nonché un’occasione di integrazione e consolidamento del diritto di tutte le persone a fruire dell’offerta culturale di Reggio Emilia.

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Family Assistant: Assistenza Qualificata per Anziani in Cinque Comuni Veneti

Con il nuovo servizio Family Assistant, cinque Comuni veneti migliorano la qualità di vita degli anziani

L’iniziativa rientra nell’ambito degli interventi dedicati alla “Promozione e valorizzazione dell’invecchiamento attivo” (dgr. 1391/2021) finanziati dalla Regione Veneto e promossi dai Comuni di Piazzola sul Brenta, Campo San Martino, Vo’, Rovolon e Comune di Morgano.

Come funziona

Per usufruire del servizio, è sufficiente registrarsi sul portale WelfareX, scegliere il/la Family Assistant specificando giorno, orario e comune, e infine concludere la prenotazione pagando online con carta di credito o debito, PayPal o Stripe.

Gestione del rapporto di lavoro

Cooperjob si occupa della regolamentazione del rapporto di lavoro con le famiglie seguendo le disposizioni del Contratto nazionale lavoratori domestici. Inoltre, gestiamo il pagamento periodico dell’assistente nonché l’emissione della busta paga e il versamento dei contributi previdenziali previsti.

Chi sono i/le Family Assistant

Il servizio mette a disposizione 38 persone qualificate per assistere persone anziane anche grazie al corso di formazione tenuto dagli educatori di Jonathan Cooperativa Sociale e da un infermiere specializzato. Il corso di formazione ha trattato temi come il primo soccorso, le norme igieniche, l’alimentazione e la costruzione di relazioni positive con le persone assistite e le loro famiglie. I/le Family Assistant sono disponibili per svolgere una serie di mansioni, tra cui la gestione di pratiche o bollette, faccende domestiche, igiene personale e preparazione dei pasti, accompagnamento a visite mediche o spesa, piccoli lavori di giardinaggio.

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FLOR@WORK: Innovativo Modello di Accompagnamento al Lavoro a Firenze

FLOR@WORK, 2a edizione

A Firenze un nuovo modello di accompagnamento al lavoro delle persone in carico ai servizi sociali. Al centro? La valutazione dell’occupabilità, la progettazione su misura, la tempestività dell’intervento, la rete con le organizzazioni del territorio e, infine, una governance innovativa.

Al suo secondo anno di attività, è questo il focus del progetto Flor@Work, Hub per l’inserimento lavorativo, finanziato dal FIS del Dipartimento della Funzione Pubblica e in mano al Comune di Firenze Direzione Servizi Sociali e ai partner (Consorzio Mestieri Toscana, Cooperjob ApL, Università degli studi di Firenze – DISEI e Proteina SCS).

Un’ innovazione, quella sperimentata da Floor@Work, che si è concretizzata nel coinvolgimento di nuovi attori, pubblici e privati, nell’impostazione sperimentale del dispositivo di contabilizzazione del risparmio, e nella prefigurazione della progressiva attivazione di un meccanismo di finanza a impatto correlato al dispositivo di risparmio. 

Fondamentale, poi, il coinvolgimento degli attori in un percorso di apprendimento culturale e organizzativo sul tema della misurazione dell’impatto degli interventi di politica attiva, muovendo così il paradigma da output ad outcome, ovvero dal prodotto diretto dell’azione ai cambiamenti avvenuti in seguito alle attività.

Cooperjob, con lo sportello di Firenze, si è concentrata in primis in azioni di promozione tra le aziende del contesto territoriale e degli stakeholder e, successivamente, in interventi di networking con la rete di Cooperative Sociali ed ETS. Grazie all’acquisizione ed elaborazione di banche dati dai partner e dal Consorzio Mestieri Toscana,  Cooperjob ha strutturato un piano di contatti e di visite in aziende della provincia di Firenze per verificare personalmente le opportunità dirette e indirette di avviamento al lavoro nonché per presentare i profili più adeguati.

L’innovativo modello di governance sperimentato nell’ambito del progetto Flor@Work ha aperto nuove possibilità di collaborazione. Rimane comunque fondamentale l’istituzione di una struttura centralizzata all’interno del Comune di Firenze con risorse dedicate, cruciali per garantire una gestione coesa e sostenibile delle politiche di inclusione lavorativa, migliorando l’efficacia delle iniziative stesse.

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